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La fine di un amore: il senso della solitudine


La fine di un amore fa male: in un attimo tutti i punti di riferimento vengono spazzati via e ci si sente sprofondare nella solitudine. I piccoli gesti quotidiani fatti per il partner non hanno più ragion d’essere, i momenti d’affetto hanno lasciato il posto al senso di vuoto e molto della vita che conducevamo prima della fine del rapporto di coppia ci manca in modo quasi viscerale. Nella solitudine si può addirittura sentire la mancanza dei difetti del partner e delle discussioni con lui/lei...

Tutto questo è profondamente vero ma c’è un modo di considerare la solitudine che può aiutare a vivere e, successivamente, a superare la fine di un amore. Voglio mostrarti questa prospettiva dalla quale osservare la solitudine.

Sono fermamente convinta del fatto che ogni essere umano sia l'unico responsabile dei propri stati emotivi: sei solo tu che puoi decidere di vivere una giornata con il sorriso o, viceversa, con le lacrime. Gli eventi esterni e le persone hanno certamente un impatto sull'equilibrio emotivo e fisico ma è responsabilità del singolo dare il giusto peso e la giusta interpretazione al mondo che lo circonda.

La differenza tra una persona che sta male e una persona che soffre ma che, allo stesso tempo, è desiderosa di modificare il proprio stato psicofisico sta nella presa di consapevolezza, da parte di quest’ultima, del forte impatto che i pensieri e le azioni possono avere su una certa situazione. Una persona può non avere le risorse interne ed esterne per affrontare un momento di difficoltà ma se è desiderosa di trovarle ha già compiuto il primo passo verso il cambiamento.

Una relazione di coppia può finire per molte ragioni ma alla base c’è sempre la trasformazione di un sentimento che prima c’era e ora non più. La fine del rapporto di coppia rende evidente questo mutamento nei sentimenti e, per quanto faccia male, tale evidenza è necessaria per poter ricominciare. Non ha senso continuare una relazione se il sentimento è svanito.

“Meglio sola che mal accompagnata”. Questo principio mi ha sempre guidata nella scelta delle persone da frequentare, soprattutto nell'ambito delle relazioni sentimentali. Ci sono stati momenti in cui questa scelta mi è pesata perché, soprattutto nel periodo adolescenziale, mi faceva sentire “diversa” dalle amiche che vivevano le “prime cotte” o, in generale, dai coetanei che facevano parte di grandi gruppi di amici. Ho sempre scelto di stare da sola piuttosto che dedicarmi a passatempi che non mi piacevano e ai quali molte mie amiche aderivano pur di far parte del gruppo. Crescendo ho fatto anch'io parte di diversi gruppi sociali, modulando le mie esigenze in base ai bisogni del gruppo, ma non ho mai rinunciato ai miei valori e alla mia individualità.
Vivere, in alcuni momenti della mia vita, la solitudine mi ha permesso di capire che essa consente all'essere umano di scoprire chi è nel profondo e cosa desideri veramente.

Attraverso la solitudine si impara ad amare se stessi e a stare bene con se stessi.

Ovviamente, il rapporto con l'altro arricchisce ed è fondamentale anch'esso per la conoscenza di sé. Nella relazione interpersonale si scoprono parti di se stessi che altrimenti avrebbero potuto rimanere sopite a lungo.
A mio avviso è essenziale tenere presente che l’ideale verso cui tendere è un rapporto con l'altro basato sulla libertà e non su una dipendenza generata dal fatto che l'altro è l'unico mezzo attraverso il quale si è in grado di costruire la propria felicità.
Come ho più volte affermato, occorre imparare a star bene da soli per poi poter star bene in coppia. Ecco che, in tal senso, la solitudine successiva alla fine di un amore può essere un valido aiuto per apprendere l’arte di stare bene anche senza l’altro.

La solitudine non è solo un qualcosa da vincere e superare, bensì
 è uno spazio di riflessione, uno spazio di possibilità, un tempo per riorganizzare se stessi e le proprie energie al fine di ricominciare a muoversi verso la propria meta.

Una relazione basata sulla paura della solitudine è una relazione che, anziché fondarsi su ciò che si desidera, si fonda sull'evitamento di ciò che non si desidera:
si evita ciò che si teme (essere soli) ma
 non ci si muove verso ciò che si vuole (un amore vero, duraturo e di qualità).

Penso che l'essere umano cada spesso in questo errore: ci si convince che l'evitamento del negativo sia sufficiente a portare il benessere e ci si dimentica che quest'ultimo non arriva per caso bensì va costruito. Evitare significa stare fermi e dunque la meta continuerà ad essere distante.

Quando ti sarai preso/a tutto il tempo che ti serve per ritrovare le energie, prova a vivere il tuo “essere solo/a” come uno splendido regalo che la vita ti ha fatto: metterti nella condizione di dover camminare per costruire la vita e le relazioni che realmente desideri e alle quali, forse, avresti rinunciato se lui/lei non ti avesse lasciata/o...

P.S.
Potresti non essere ancora in grado di guardare al futuro e dunque, se senti che quanto ho scritto è per te troppo difficile, leggi quest'altro post:


Ti aiuterà a capire quando sarai pronto/a per cambiare la tua vita...

Un abbraccio

Valeria Mora, Psicologa, Counselor e formatrice



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